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29 luglio (II)

La prima volta di passaggio ad Abu Dhabi nel 1982; da allora non so quante altre, e ancora non mi è venuta la voglia di sostare qui. Certamente sono in errore, ma mi figuro Abu Dhabi come un posto rivisto, che non ha da offrirmi nulla che davvero mi interessi. L’aeroporto visto da fuori è abbastanza impressionante, lo sfoggio di mezzi meccanici e architetture notevole. Decolliamo alle 9,09 e subito sotto di noi si staglia il più arido dei deserti. Confini tagliati con il righello, in assenza di colline, rigagnoli, montagnole, boschetti, alture, alberate, confini e frontiere naturali di sorta, e architetti scatenati a movimentare ciò che la natura ha generato piatto e immobile.

L’aereo ha i finestrini che possono essere scuriti a comando dall’equipaggio, decolliamo e cala il buio. Capisco poi che anche i passeggeri possono intervenire sul finestrino, le vecchie tendine sono un ricordo. Rotta 300 gradi, nord-ovest. Mancano 3000 miglia a casa, ci vorranno cinque ore circa.

L’immagine fornita da Ethiad della coppia di arabi moderni, lui in abito bianco tradizionale ma con un cellulare gigante, lei di nero ma con una porzione di viso scoperta, entrambi sorridenti, fa un po’ ridere. Sembra di vedere una coppia di antichi romani che alza con la moto.

Forse è la vista del deserto sotto di noi, tra Riyadh e Kuwait City, punteggiato di cerchi che parrebbero laghetti o più probabilmente campi irrigati meglio o peggio, a farmi balenare un pensiero: che bella, Roma.

Siamo a cento miglia – e 64000 piedi – da Kuwait City. Mi ricordo il primo giorno di Desert Storm, a casa della mia fidanzatina di allora, col papà diplomatico. Ricordo i traccianti e i missili nel cielo, sembrava che tutti stessero aspettando quel momento, che non vedessero l’ora di sfogarsi, sembrava capodanno. Ma c’era un’aura di gravità, era una guerra in diretta fin da prima del primo scoppio, il Vietnam all’ennesima potenza.

L’applicazione dei concetti “Mangio solo se ho fame” e “Lo mangio solo se mi piace” sarebbe un primo passo per me;  “lo mangio solo se non mi fa male” sarebbe il passo decisivo.“ Lo mangio solo se non fa male al mondo” sarebbe il passo etico, ma anche probabilmente la fame.

Arriviamo a sorvolare Aqaba e il petroso Sinai, coi suoi fiumi di sabbia che scavano la roccia, e rivedo il Mar Rosso, mare che sento mio e di Lavinia  e dal quale manchiamo da tanto tempo, forse dal 2010. Visto da quassù, dalla cima di un’invisibile montagna di oltre 12.000 metri di altezza, il golfo di Aquaba – il ditone di sinistra Del Mar Rosso – sembra una specie di grande lago oblungo. Allungo lo sguardo in direzione dello stretto di Tiran e di Sharm, quando l’apparecchio vira. A terra serpeggiano fiumi dai gomiti acuti, asciutti, orme sulla sabbia. Ora si vede il secondo ditone, cercherò di scorgere la fila di navi che diligenti come scolaretti si accodano qui per imboccare il Canale di Suez ed evitare la circumnavigazione dell’Africa.

Puntiamo dritti sul Cairo.

Vedo la prima nave. E poi altre due, in attesa del turno. E autostrade solitarie che fendono la polvere, e sconosciuti canyon inghiottiti dalla massa sabbiosa compatta. Siamo sessanta miglia a sud del Cairo, e da quassù già si intravvedono i lembi del meraviglioso Mare Nostrum.

Ecco il Nilo, e l’inizio degli insediamenti umani, già 30 miglia a sud della sterminata capitale d’Egitto. Noto numerose isole fluviali. Cerco di scorgere le piramidi tra gli insediamenti umani, i campi più verdi e quelli risecchi. Pare che le piramidi si vedano dalla Luna, per cui se non le scorgo devo trovarmi sul lato sbagliato dell’aereo.

I campi fertili dal Delta, che si nutrono del Nilo, eccolo qui sotto di me il primo grande tesoro dei faraoni, su cui la civiltà più longeva della storia ha potuto poggiarsi saldamente per oltre trenta secoli. Ed ecco il Mediterraneo, aria – e soprattutto acqua – di casa. Un po’ non li capisco quelli che volando di giorno in una giornata tersa come questa, guardando fuori dal finestrino vedono sono terra e mare, o neppure guardano fuori, e magari tengono il finestrino oscurato, come se attorno a loro nulla fosse notevole. In un giorno sorvolano tre continenti, e non li guardano nemmeno. Nella mia sezione dell’aereo, il mio è l’unico finestrino non oscurato.

Creta. In certo senso, mi pare di essere il contrario del Minotauro, un bove con la testa d’uomo.

La prossima che incontreremo sarà la Grecia, poi toccherà all’Italia.

Leuca. Entriamo in casa da una bellissima porta.

Risaliamo i fiumi della Basilicata, presto l’Italia è attraversata e vedo Ischia, Napoli.

Sono a casa.

Il Circeo, le Pontine.

Il Dreamliner è un aereo pazzesco, ma non si capisce perché debbano tenere l’aria tanto fredda.

Superando Roma in attesa del nostro turno di atterraggio in un baleno arriviamo a Civitavecchia, e vedo l’Argentario e il Giglio, e mi sembra di vedere Elena che è lì coi nonni. In una frase, vedo i luoghi “where I belong”. Il mio posto è qui.

Bracciano. Nuvole basse. Quello che sembra un Appennino di rifiuti, forse Malagrotta. Ci riavviciniamo all’aeroporto. L’aereo rallenta, si abbassa, la curvatura dell’ala diminuisce. Ora corriamo paralleli alla Roma-Civitavecchia. Tra i campi della Maccarese S.p.a. Sbuca un piccolo palmeto. La maggese pettinatissima si avvicina. Tocca a noi. Ore 12,47.

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