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India

14 luglio 2019, ore 10,44, imbarco del volo Ethiad  per l’India. Vado a dimagrire, e si vede che era ora: per serrare la cintura di sicurezza, per la prima volta nella mia vita, ho avuto bisogno della prolunga. Avrei bisogno di una prolunga anche per le braccia, per accarezzare e abbracciare la mia bambina, e mia moglie. Vado perché mi sembra la cosa giusta, ma lasciare famiglia, nido e la mia zona di confort, costruita con tanto impegno, mi pesa. Rimpiango preventivamente ogni progresso, ogni millimetro di crescita, ogni pianto della mia Elena al quale non sarò io a rispondere.

Sull’altro piatto della bilancia, la promessa di un migliore stato di forma, di correre magari con lei, di vivere più a lungo e meglio, anche per lei.

E l’esperienza del distacco, dal mio mondo ma soprattutto dalla mia famiglia, da mia moglie dalla quale non mi separo per più di due notti da circa dodici anni, e da mia figlia, stessa cosa da quasi tre. Spero di tornare da qui con la mia pepita in tasca, un elisir con cui aspergere il mio piccolo adorato mondo.

Ore 22,24, appena decollati da Abu Dhabi. Fuori si moriva di quel caldo umidissimo che ti piomba al collo all’uscita dalla fusoliera come un colossale appiccicoso koala, che sempre mi riporta ai primi voli intercontinentali, una vita fa, quando il bambino e il figlio ero io e papà ci portava in Africa. Dentro la cabina invece fa un freddo privo di senso, ma almeno qui riesco a chiudere la cintura di sicurezza senza bisogno di prolunga. Al ritorno saprò subito se davvero sarò dimagrito, da come mi calzeranno le poltrone dell’aereo: sono al limite del dover viaggiare in business, ossia in pratica del mettere una pietra sopra alla stessa idea del viaggio, ma naturalmente non ci voglio stare.

Tigri e Eufrate

Oggi abbiamo sorvolato il Tigri, e visto Baghdad, luoghi dove la civiltà umana è nata e morta. L’atmosfera sul volo diurno era cordiale, viaggiavano numerosi assistenti di volo a riposo o in borghese, c’era una famigliola anglo-emiratica con una bimba di un anno e mezzo che naturalmente mi riportava a Elena. Ho socializzato con loro e mostrato le foto di Elena e il suo ciuccio magico che porto con me per mia consolazione, come portafortuna, per devozione.

Ho socializzato anche con Biljana, assistente di volo colossale quanto cordiale, bella nel suo modo, serba. Gli assistenti di volo di Etihad vivono ad Abu Dhabi, e naturalmente quasi nessuno è di lì. Ne volano, in servizio, tanti quante sono le uscite di sicurezza. C’era poi una assistente dedicata specificamente ai bambini, che ho individuato per la divisa di colore arancione. In prima classe invece indossano camicie bianche.

Sul secondo volo i passeggeri sono per la gran parte indiani. C’è più stanchezza e meno cordialità. Il mio vicino di posto avrà tra i venti e i trenta anni e – non pago del gelo in cabina – si è puntato due bocchette di aria condizionata al centro del cranio. Poi si è messo un fazzoletto sul viso, alla maniera dei cow-boy. Tamburella sullo schermo inerte del sedile di fronte, poi – forse un po’ deluso – si abbiocca.

Mi ha colpito una bella signora indiana vestita sobriamente all’occidentale, che viaggia in business con figli al seguito, e ha sparpagliato bagagli e buste del duty free in quattro diverse cappelliere. Poi ne ha chiusa una, e una signora intabarrata seduta un paio di file più indietro ha preso a imitarla. La prima mi sembrava agire per distrarsi e riempire di sé lo spazio, la seconda mi dava invece l’idea di essere abituata a darsi da fare in casa, e in effetti di cappelliere ne ha chiuse tre.

Ora stiamo per lasciare i cieli degli Emirati, e saltare sul Mare Arabico.

Da Abu Dhabi con la wi-fi dell’aeroporto ho provato a chiamare Lavi, ma la chiamata non era supportata. Elena è dai nonni, senza papà e senza mamma. Andrà tutto bene, ma mi macero un po’. Vorrei vederla, sentirla. E abbracciarla cento volte, come abbiamo fatto questi ultimi giorni, nei quali è stata tanto con me.

Continua | 15 Luglio »

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