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India, 15 luglio 2019

15 luglio, ore 4,15 Baggage claim
Aspetto la mia valigetta tra scatoloni e grandi valigie con grandi scritte di nomi lunghissimi. L’impatto col clima indiano è stato molto migliore che con quello di Abu Dhabi. Non troppo caldo, con quel tenue afrore di incenso, curry e sudore che si potrebbe sbarcare bendati senza dubbi sulla destinazione di arrivo.

La mia terza volta qui. Un addetto doganale mi è venuto a prendere tra la folla perché pur avendo un visto che consente un passaggio veloce, mi ero accodato a una fila più lenta: efficienza inattesa. Impronte digitali, non mi piace ma mi sto abituando. La signora ricca l’hanno prelevata in pompa magna con un caddy elettrico all’interno dell’aeroporto, subito fuori dal finger dell’aereo, l’hanno trasportata strombazzando per una quarantina di metri e poi l’hanno fatta scendere come tutti. Uno sfoggio che ha fatto ridete perfino i passeggeri Indiani, pur sfiniti dal lavoro negli Emirati e dal volo notturno.

L’aeroporto – dall’ultima volta, tredici anni fa – è completamente rinnovato. Il terminal con la tettoia di onduline subito fuori, stipata di Indiani che bevono chai è un pallido ricordo. La folla fuori c’è ancora, ma al posto della pensilina ora ci sono mancorrenti d’acciaio e luci tecno. L’autista non parla una parola d’inglese quando avrei voglia di chiacchierare, peccato. Mi faccio portare a bere un chai, lo vorrei immediatamente ma lui si ferma solo in un chiosco appropriatamente agghiacciante quasi all’arrivo. Ci sono lavori in corso quasi ovunque, e il solito manicomio indiano: cantieri a cielo aperto, immondizia, cataste di lettini (?), tutto mischiato assieme.

Il chai è buono ma soprattutto bello, col tipo che nella preparazione si dà da fare per montare a mio uso la migliore coreografia possibile. Il consueto affastellamento di templi di culti diversi forse potrà disorientare qualcuno, ma non me. Un muezzin canta l’inizio della giornata quando sto per andarmene a letto. Si sente forte lo scroscio dei cavalloni che si abbattono sulla spiaggia. Distribuisco piccole mance a tutti, cinquanta rupie non si negano a nessuno.

Fuso orario questo sconosciuto, magari la pagherò al ritorno, ma andando a letto verso le 5,30 con alle spalle più di ventiquattro ore di veglia e spostamenti e la sveglia puntata alle 9, alle 8,30 sono fuori dalla stanza docciato e vestito, magari non fresco ma operativo.

Il centro è più bello di prima, sembra una dimensione parallela. La mia stanza non è di quelle sul mare come l’altra volta ma è inappuntabile, c’è pure l’aria condizionata che non mi aspettavo, e risparmio un po’.

Ore 20,15, ascolto il sitar, così esotico e sofisticato, con la luna quasi piena che fa capolino tra le palme e lo sfondo perenne rombante del Mare Arabico, e aspetto la mia dieta.

Sono kapa pitha, come l’altra volta, tredici anni fa. Hanno conservato il record, la cartella  clinica, tutto: una bella figura.

La cena dietetica è minuscola, devo scollegare occhi e gola, i primi strumenti della mia perenne ricerca del piacere, e provare a connettermi con il mio corpo e le sue necessità, sarà interessante. Realmente, di fame non ne ho.

Ho un programma piuttosto serrato:

Ore 7,15 – 7,45 meditazione (se mi sento)

A seguire colazione con medicinali ayurvedici da assumere prima e dopo

Ore 9,30 – 12,00 trattamenti (riportare bottiglia)

Ore 13 doccia

Ore 13,30 circa pranzo (si fa per dire)

Ore 16,15-16,45 meditazione se non ce l’ho fatta la mattina

Ore 17-18,15 yoga intermediate class, (spero di non essere il solo principiante nel corso sbagliato)

E poi cenina, diciamo alle 20.

Per studiare e lavorare le ore giuste sono tre, dalle 14 alle 17, più una, dalle 18 alle 19. E poi la notte, ma speriamo di riuscire a dormire.

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